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REGINA RANIA DI GIORDANIA
Sua Maestà la Regina Rania Al Abdullah di Giordania è una figura di riferimento internazionale nelella battaglia per l’accesso universale all’istruzione. Convinta che la scuola sia la chiave per rompere il ciclo fatale della povertà, Sua Maestà è impegnata, in particolare, in una campagna in favore dell’aumento degli investimenti consacrati all’educazione delle ragazze. Molte delle sue energie sono concentrate nel favorire e incoraggiare lo sviluppo di innovative partnership fra pubblico e privato, per aumentare l’accesso alla scuola e migliorarne la qualità. Nel marzo 2008, la Regina ha lanciato il Progetto Madrasati (in arabo: ‘la mia scuola’), con l’obiettivo di restaurare almeno 500 degli edifici scolastici più vetusti di Giordania e assicurare a tutti i giovani giordani l’accesso a classi e aree di gioco luminose, sicure e bene equipaggiate.
Maha delle Montagne Una breve storia di Sua Maestà la Regina Rania Al Abdullah * (Questa storia è ambientata in Medio Oriente). I ragazzi le lanciavano delle pietre, urlando e prendendosi gioco di lei. “Ya a’lylet al a’dab! Sei senza morale!”. Ancora pochi passi e sarebbe arrivata a casa. “Ma btistahi! Non hai vergogna! Maha lottava per trattenere le lacrime che quegli insulti le provocavano più delle sassate. E finalmente raggiunse la piccola casa di terra battuta della sua famiglia. Sollevata, chiuse la porta dietro di sé. Fuori i ragazzi continuavano i loro scherni: “Maha! Ah ah! La scuola non è per le ragazze!” Uno di loro lanciò , con tutte le sue forze, un pesante sasso contro la porta. Gli altri lo acclamarono rumorosamente e poi scapparono via. Maha sospirò. E non era nemmeno il suo primo giorno di scuola! Figurarsi quando avesse avuto i suoi libri e avesse davvero dovuto lasciare il villaggio per andare a scuola «Mi aspetteranno. Mi tireranno ancora più pietre e solo Allah da che cos’altro mi succederà. Ma quella di andare a scuola è la mia decisione. E non mi lascerò spaventare».Si lasciò cadere sul letto e fece un respiro profondo. Oggi almeno era venerdì. Non avrebbe dovuto cucire né vendere ricami. Si raggomitolò e cercò di riposare.Gli ultimi mesi erano stati molto faticosi. Le lotte con il padre. La derisione dei fratelli. E adesso ci si mettevano pure gli altri ragazzi del villaggi. Sembrava che tutto fosse contro di lei.Tranne Mama. Grazie, Dio, per avermi dato Mama e il suo abbraccio rassicurante. Pur non essendo mai andata a scuola, Mama aveva sostenuto la scelta di Maha, insistendo con il padre affinché si convincesse che anche una figlia aveva il diritto di imparare. «Maha, ma non la smetterai mai?», le aveva abbaiato contro il padre durante la cena. «Perché questo desiderio insensato di andare a scuola? Sai bene che non possiamo permettercelo». «Sì, Baba, ma…» «Bene, e allora perché non la smetti?Abbiamo già sprecato un sacco di soldi con i tuoi fratelli. Solo uno su sette ha continuato gli studi. Uno! Avremmo potuto comprare più carne. O un aratro migliore. O riparare il rubinetto dell’acqua». «Ma Baba», lo aveva pregato Maha, «Posso lavorare di notte. Continuerò a vendere i miei ricami. E poi rifletti! Quando avrò imparato a leggere, potrò guadagnare di più! Vi aiuterò e mi prenderò cura della famiglia. Per favore, papà. Te lo prometto. Te lo prometto».
«D’accordo, Maha», disse con un sospiro. «Ma dovrai trovare il modo di pagare: non posso darti i soldi necessari per i libri…». Maha era quasi volata saltata sopra il tavolo per cingere il padre con le sue braccia snelle. «Grazie, Baba». La bimba appoggiò il viso sul collo del padre. «Ti ringrazio tanto. Ti prometto che ti renderò orgoglioso di me». «Sta bene», disse lui con tono burbero. Ma anche lui l’aveva abbracciata forte. La notizia che Maha sarebbe andata a scuola si sparse velocemente nel piccolo villaggio. E non passò tanto tempo, che la gente prese a parlarle alle spalle, a puntarla con il dito, a lanciarle occhiatacce e a sbeffeggiarla. Un uomo anziano sputò per terra al suo passaggio. «Maha, ah ah!», la irridevano i ragazzi del villaggio. «La scuola non è per le ragazze». La vigilia del suo primo giorno di scuola, Maha aiutò la madre ad affettare l’okra che avrebbero mangiato a cena. «Mama», disse tristemente, «io non capisco. È sbagliato andare a scuola?». La mamma le prese gentilmente la mano: «Non è colpa tua, hyati, figlia mia. È solo che… be’… è che la gente pensa che non stia bene che una ragazza vada a scuola». Maha aggrottò le ciglia: «Perché no?» «La gente pensa che le ragazze debbano aiutare a casa, piuttosto che seccare con la storia della scuola. Come sai, io non ho mai imparato a leggere. E neppure le tue zie o le tue nonne». «Ma Mama, è una cosa che non ha senso. E per questo non devo imparare neppure io?». La madre di Maha si voltò. «Be’, la gente pensa anche che…», aggiunse, lasciando la mano della figlia, «…pensa anche che sia un disonore, per una ragazza, camminare per strada da sola. È pericoloso e tu lo sai. Chissà che cosa ti potrebbe accadere! La scuola è a un’ora di cammino». Un’ombra di inquietudine le rannuvolò il volto. «Ma Mama, starò attenta. Lo sai. Non mi interessa ciò che diranno. Non vedo l’ora di andare a scuola. Non vedo l’ora di imparare a leggere e scrivere. Voglio diventare un’insegnante. E un giorno, Mama, ti insegnerò a leggere! Dimmi, che cosa ne pensi?». Gli occhi della mamma si riempirono improvvisamente di lacrime: «Penso che prima di tutto dovremmo finire di preparare la cena». Aprì le braccia: «E adesso vieni qui e abbracciami, habibet ghalbi, amore del mio cuore» Le stagioni passarono. L’estate spaccò la terra; le piogge cicatrizzarono le piaghe del terreno. E sull’altipiano le sere ritornarono fresche. All’inizio dell’anno scolastico non mancava che qualche giorno. E Maha imparava. Teneva un diario. Leggeva a suo padre i titoli dei giornali. Insegnava alla sua sorellina a contarsi le dita delle mani e dei piedi. Spesso gli occhi le facevano a male a causa delle molte ore di scuola, compiti e cucito. Ma quanto più lavorava duro, tanto più si sentiva forte. Più imparava, più desiderava imparare. Ma non era facile. Temeva il tragitto a piedi, che cominciava alle sei del mattino e richiedeva più di un’ora. La pista attraversava il deserto arido e desolato e non era asfaltata. Quando arrivava a scuola, aveva i piedi doloranti e tutti incrostati di terra. E non era la cosa peggiore. Il primo giorno, nessuno di coloro che aveva incrociato le aveva rivolto la parola. Ora invece gli insulti erano incessanti. Gli abitanti del villaggio cercavano di farla sentire in colpa: «Come puoi fare questo alla tua famiglia? La scuola non è il posto per una ragazza!» Quelle malevole canzonature – «Maha, ah ah! La scuola non è per le ragazze!» – le risuonavano nelle orecchie per molto tempo dopo che era rientrata fra le pareti sicure della sua casa. Maha si sedette sul letto, si mise una coperta sulle spalle e cercò di concentrarsi sul suo libro. Improvvisamente, sentì la porta di casa sbattere violentemente. Era suo padre ed era arrabbiato. Sua madre si precipitò da lui. «Che problema c’è, habibi?» Baba sbattè furiosamente un piede sul pavimento. «Che problema? Che problema? È lei il problema», ruggì puntando il dito tremante su Maha non appena ella fece capolino dalla sua stanza con il libro ancora in mano. «Non posso più fare un passo, in questo villaggio, senza che qualcuno faccia un commento volgare su mia figlia e la vergogna che rappresenta per la nostra famiglia. Ne parlano le donne. Ne parlano gli uomini. Ne parlano gli anziani. Ieri sono venuti da me per dirmi che non approvano che Maha vada a scuola da sola. Come se non lo sapessi! Non hanno detto nient’altro, da quando questa ridicola storia della scuola è cominciata. Dicono che getta la vergogna sull’intero villaggio! Non possiamo vivere in questa situazione disgraziata. Nessuno vuole più lavorare con me. Nella nostra comunità, siamo trattati come se fossimo dei paria». La sua voce si raddolcì. «Maha, so quello che ti ho detto, ma non puoi più andare a scuola». «Ma, Baba!» Quando gli abitanti del villaggio avevano iniziato a lamentarsi, aveva cercato di trattenerla. Certe mattine le aveva detto di restare a casa e lei aveva acconsentito, occupandosi della cucina. Ma non appena Baba si voltava, correva sulle colline per raggiungere la scuola. Questa volta, però, sentiva che era diverso. «No, Maha». Gli occhi scuri di Baba lampeggiarono: «La scuola non è un posto per ragazze. È questa la mia ultima parola». Sbatté la mano sul tavolo: «Allora, dov’è la mia cena?». La vita di Maha tornò a essere quella di un tempo. I ragazzi continuavano ad additarla; l’eco dei loro scherni risuonava di continuo. Maha faceva finta di non sentirli. Per la verità se ne preoccupava appena. Aveva la sensazione che tutto il suo mondo si fosse ormai ridotto ai pezzi di stoffa che ricamava di perline. Vendeva quello che riusciva alle altre donne del villaggio e le ore trascorrevano al ritmo dei suoi punti. Salama alekum. Wa alekum salama. «Posso chiederle se è qui che vive Maha? Per caso ha una figlia di nome Maha?» Né Maha, che si era affacciata per vedere di chi fosse, né suo padre, che aveva aperto la porta, erano in grado di interpretare la presenza dell’alta donna che stava loro di fronte. Come era costume, Baba la invitò a entrare e le indicò i logori cuscini che si trovavano sul pavimento. Mama le offrì del tè zuccherato. Negli occhi della donna s’indovinavano gli anni trascorsi sui libri, e nel suono della sua voce si sentiva la città. «Vengo dalla capitale. Sono qui per Maha». Maha fece un passo in avanti. «Per me? Perché mi vuole vedere? E come fa a sapere chi sono?». «Che piacere poterti finalmente incontrare, Maha. Ho sentito parlare molto di te. Mi hanno detto che eri una degli studenti più brillanti che la scuola Al Isra abbia mai avuto». La donna le porse una piccola borsa di tela. «Ti ho portato questa. Forza, prendila, non avere paura!». Spinse la borsa nelle mani sorprese di Maha. Maha non era abituata a essere oggetto di tante attenzioni. I bambini del villaggio quasi non le parlavano più. Timidamente infilò una mano nella borsa. Sul fondo c’era qualcosa di duro e liscio. Le sue dita presero a tastarne il contorno alla ricerca di indizi. Era una penna. La sua prima penna. «Il hamdallah». Si rigirò la penna fra le dita, guardò il padre e quindi disse timidamente alla donna: «È sicura che sia per me?». «Sì e ne avrai bisogno», disse la donna sorridendo. «Ma perché?» Ti ho cercata per mesi, Maha delle Montagne! Come avrei potuto fare altrimenti? Una ragazzina che proviene da un minuscolo villaggio lontano e in alta quota, che se ne va a scuola tutta sola? Oh sì, Maha, il tuo nome è ben noto, persino nella capitale!». Maha arrossì. «No, non essere imbarazzata. Il tuo nome è conosciuto per le migliori ragioni. Maha delle Montagne, il tuo nome è sinonimo di coraggio, determinazione e successo! Abbiamo saputo di come camminavi per miglia ogni giorno, sopportando la disapprovazione generale, di come ti dedicavi al lavoro durante la notte, restando ugualmente la prima della classe. La tua insegnante era così orgogliosa dei tuoi progressi! Riteneva che avessi un altissimo potenziale. Quando hai smesso di venire, ha chiesto a tutti dove fossi; ti ha cercata ovunque. La sua ricerca, la tua storia, ci ha raggiunti in città». «Davvero?», disse Maha. «Sì. E ha attirato l’attenzione della nostra organizzazione. Lavoriamo con le madri e le bambine. Facciamo loro dei piccoli prestiti, le aiutiamo ad avviare un’attività… interveniamo in base ai loro bisogni. E, Maha, pensiamo che ciò di cui hai bisogno tu sia di un aiuto per riprendere ad andare a scuola». «Come pensate di aiutarla?», chiese la madre di Maha tenendo una mano protettiva sulla spalla della figlia. «Be’, se siete d’accordo, ogni mattina uno di noi sarà alla vostra porta per accompagnare Maha a scuola. E ogni pomeriggio l’aspetteremo all’uscita della scuola per riaccompagnarla a casa». Si rivolse a Maha: «Sarai al sicuro. Nessuno dirà nulla». Sorrise. «Che ne dici?». Maha quasi non riusciva a credere alle proprie orecchie. La città era così lontana. Doveva avere impiegato molte ore, quella donna, per raggiungere il villaggio, e doveva anche avere camminato a lungo. Maha se ne stava a bocca aperta, ma i suoi occhi si abbassarono. Strinse al petto la sua nuova penna. «Ne è sicura? Davvero? Ogni giorno?» «Certo che ne sono sicura. Le ragazze hanno diritto all’istruzione esattamente come tutti gli altri. Perché i ragazzi dovrebbero essere gli unici ad andare a scuola? La scuola è per tutti. Una volta che sarai stata a scuola, potrai contribuire al sostegno della tua famiglia. E potrai aiutare il tuo villaggio a prosperare. Ma andare a scuola ti darà anche una voce! Un’opinione che la gente ascolterà». La donna la guardò dritta negli occhi. «Ti piacerebbe? Ti piacerebbe avere qualcuno che ti accompagni a scuola?». Maha levò lo sguardo verso il padre, che in silenzio guardava fuori dalla finestra. «È Baba che deve decidere. Se Baba mi dà il permesso, ci andrò». All’inizio, il padre non disse nulla. Poi, lentamente, con l’aria pensierosa, si voltò verso di loro. «Nessuno può dirmi che non amo mia figlia quanto amo i miei figli maschi. Sì, la mia Maha può tornare a scuola. Se è al sicuro, allora sì che ci può andare». Da dietro la porta si sentiva un brusio. Il padre di Maha si alzò, andò ad aprire la porta, e scoprì che sulla soglia di casa si erano radunate tutte le ragazze del villaggio. «Allora è vero?», grido una di loro, «Maha ritornerà a scuola?» Un’altra, un po’ più grande, fece un passo avanti. «Ci dispiace. Non volevamo origliare, ma abbiamo visto quella signora arrivare al villaggio. Ha chiesto a tutti dove fosse Maha e noi eravamo curiose». Mise le dita nella polvere: «Ma è vero? Maha andrà a scuola?». Sollevando un sopracciglio, Baba rispose: «Sì, ci andrà». Le ragazze lanciarono un assordante evviva, mentre i ragazzi che spiavano da un po’ più lontano restarono attoniti. Dopo essersi rallegrati con Maha da oltre la porta, utti ferero ritorno alle loro case. Il giorno seguente, Maha uscì con la borsa e con la sua nuova penna e si accorse che il numero dei suoi compagni di classe si era moltiplicato. Non c’era soltanto la signora gentile e generosa che era venuta dalla città. Anche altre ragazze avevano convinto i loro padri a mandarle a scuola. Maha non poté fare a meno di sorridere. Un anno prima, mentre i maschi le facevano le boccacce, le ragazze l’avevano guardata partire per il suo primo giorno di scuola piene di invidia. Da quel giorno, tutte avevano segretamente desiderato fare altrettanto. Tre giorni più tardi, mentre consumava frettolosamente il suo pezzo di pane e le sue fave prima di partire per la scuola, sentì un rumore provenire da fuori. Aprì la porta. Una folla più numerosa di tutti gli abitanti del villaggio messi insieme stava aspettando lì fuori. C’erano automobili, luci, cavi, telecamere, e una distesa di visi che non aveva mai visto prima. Improvvisamente, tutti gli sguardi e tutti gli obiettivi si girarono verso di lei! Maha era come pietrificata, quando la donna gentile che veniva dalla città si precipitò verso di lei. «Maha, Maha, ci credi? Maha, l’hai saputo?». Maha non aveva saputo nulla. «La tua storia è arrivata alle orecchie di persone veramente importanti! E l’hanno raccontata al Ministro dell’Istruzione. E ora…». Per l’eccitazione, la donna dovette riprendere fiato. «E ora… Il Presidente è qui!» Maha arrossì. Intanto le telecamere ronzavano e i flash crepitavano. «Te lo avevo detto che il tuo nome era conosciuto dappertutto!», le sussurrò la donna all’orecchio. Prima che potesse realizzare quello che la donna le aveva detto, era stata raggiunta dalla mano tesa di un uomo. «Così sei tu Maha delle Montagne? Sei tu la ragazzina che ha lottato per andare a scuola e che ha ispirato un intero villaggio?». Non aspettò la risposta. «Maha, il tuo coraggio e la tua determinazione mi hanno fortemente impressionato e voglio che tu mi aiuti a portare più ragazze a scuola». Si chinò su di lei. «Mi aiuterai?». Maha guardò le ragazze che aveva intorno e che avevano sentito la domanda. Avevano gli occhi spalancati e le loro teste annuivano freneticamente. I microfoni registravano il silenzio assordante che precedeva la sua decisione. Con un fil di voce disse: «Sì, certo». Le ragazze gridarono per la gioia. «Non voglio farti arrivare in ritardo, Maha. Che ne dici se ti do un passaggio fino a scuola, a te e ai tuoi amici? Per strada potremo parlare». Con la cartella in mano, Maha si sentiva in cielo. La madre la baciò teneramente sulla fronte. Il Presidente salutò tutti mentre le telecamere seguivano le ragazze che salivano sulle automobili. Mentre il corteo si allontanava, le colline risuonarono di un grido gioioso: “«Maha, hur-ra! La scuola è anche per le ragazze!».
Traduzione a cura di Irene Amodei
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