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DESMOND TUTU

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Nel 1979, il prete anglicano Desmond Mpilo Tutu è stato il primo nero a occupare il posto di segretario generale del Consiglio delle Chiese Sudafricane. Acerrimo avversario dell’apartheid, nel 1984 ha visto premiati i suoi sforzi con l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace. Nel 1986 è stato eletto Arcivescovo di Città del Capo, la carica più elevata all’interno della Chiesa anglicana in Sudafrica. Nel 1989 ha guidato una marcia dimostrativa contro le spiagge riservate ai bianchi, e in quell’occasione insieme agli altri manifestanti ha subito una violenta repressione.

Nel 1994, dopo la fine dell’apartheid e l’elezione di Nelson Mandela, Tutu è stato nominato presidente della Commissione Sudafricana per la Verità e la Riconciliazione, incaricata di investigare sui crimini commessi ai tempi dell’apartheid. La strategia di riconciliazione e di perdono messa in atto dalla commissione è diventata un esempio internazionale in materia di mediazione dei conflitti, un vero e proprio metodo di ricostruzione della convivenza al termine di una guerra civile. L’Arcivescovo di Città del Capo continua a lavorare attivamente in favore della pace a livello internazionale. In occasione della Grande Lettura, Desmond Tutu ha autorizzato l’ente per la Campagna Mondiale per l’Istruzione a utilizzare alcuni brani di un’intervista concessa all’Academy of Achievement nel 2007.

 

bimb_giallo_the_big_readCi vuole parlare della sua infanzia a Klerksdorp (una piccola città del Sudafrica) e delle esperienze che durante la giovinezza l’hanno maggiormente influenzata?

«La mia infanzia a Klerksdorp? Be’, come tutti i bambini neri vivevo in un ghetto, ma nonostante questo non ci sentivamo sfortunati.Certo, sapevamo che eravamo sfavoriti: la nostra vita era diversa da quella dei bambini bianchi. Ma era ugualmente una vita ricca. Ci costruivamo delle macchinine con il filo di ferro!

Mio padre era maestro e direttore della scuola elementare in cui ho cominciato a studiare. Mia madre, invece, non era molto istruita. Avevo e ho tuttora due sorelle. I miei fratelli sono morti quando erano ancora piccoli. In famiglia ero quindi l’unico maschio e forse per questo sono stato un po’ viziato».

Ricorda un libro che ha letto durante l’infanzia o l’adolescenza che l’ha segnata in qualche modo?

«Una delle cose che mio padre mi permetteva di fare era leggere i fumetti. C’era chi disapprovava, dicendo che quelle letture favorivano un uso non sempre corretto della lingua inglese, ma alla fine sono stati proprio i fumetti – ne divoravo di ogni tipo – ad alimentare il mio amore per l’inglese e per la lettura. Penso che se mio padre me lo avesse impedito, probabilmente non avrei sviluppato l’amore profondo che più tardi, quando fui costretto a restare in ospedale per venti mesi, mi avrebbe reso un gran servizio. Almeno, avevo qualcosa da fare!

In casa non avevamo moltissimi libri, ma mio padre era attento a quello che leggevamo, come le favole di Esopo e i racconti tratti da Shakespeare di Charles e Mary Lamb. Non ho letto gli originali, ma questi racconti che riprendevano i testi teatrali di Shakespeare. Mio padre aveva anche un’enciclopedia ed era bello sfogliarla. Mi ricordo che una volta, in classe, il maestro ci chiese se qualcuno sapeva come si chiamassero i meccanismi che in Olanda venivano utilizzati per fermare le acque. Sui libri di mio padre avevo appena letto qualcosa sull’argomento. Devo essere sembrato veramente in gamba quando ho alzato la mano e ho detto: “dighe”. Il maestro restò senza parole. Avrebbe voluto mettermi su un piedistallo, dopo che avevo dimostrato di conoscere una cosa così particolare».

Si ricorda di un insegnante in particolare?

«Di un insegnante di Letteratura inglese che ho avuto in quella che in Sudafrica chiamiamo “immatricolazione”e che corrisponde agli ultimi due anni delle superiori. Aveva davvero qualcosa di straordinario. Quando parlava di Shakespeare, ti dava quasi l’impressione di essere cresciuto insieme a lui! Era davvero bravo. Un nero. Una persona formidabile che ci ha trasmesso un profondo amore per la letteratura».

Ricorda il suo nome?

«Certo: Geoff Mamabolo. Ora è morto. Era fantastico; davvero fantastico. Ma ho avuto anche altri insegnanti. Se lei mi avesse chiesto di farle cinque nomi, le avrei parlato di cinque insegnanti straordinari. Erano bravi, pieni di passione per il loro lavoro, nonostante conducessimo una vita segregata. Certo, quando andavamo nella città in cui vivevano i banchi, diventava assolutamente evidente che le loro scuole erano di gran lunga meglio equipaggiate e più solide delle nostre. Mio padre mi aveva comprato una bicicletta – in tutto il ghetto ero il solo ragazzino che ne possedeva una – ed mi mandava in città con quella. Era incredibile. Spesso vedevo dei bambini neri che frugavano nei bidoni di fronte alle scuole bianche, dove trovavano mele e altri frutti perfettamente sani. I bambini bianchi avevano a disposizione una mensa scolastica, pagata dal governo, ma la maggior parte delle volte preferivano mangiare ciò che avevano preparato le loro madri, gettando nella spazzatura dei frutti spesso interi e questo quando moltissimi ragazzi che ne avrebbero avuto bisogno non ne avevano diritto. Così, senza esserne consapevole, ho cominciato a rendermi conto delle straordinarie contraddizioni che ci riserva la vita».

bimb_giallo_the_big_readDa bambino, che cosa immaginava avrebbe fatto da grande?

«So che per molto tempo, con tutte le forze, ho desiderato diventare un medico, un’inclinazione che si è rafforzata quando, all’età di circa 12 anni, ho contratto la TBC. Sarei diventato medico per trovare la cura contro quel flagello e, in effetti, sono stato ammesso alla facoltà di medicina. Se ne avessimo avuto le possibilità economiche, forse oggi sarei un medico. Data la situazione, non ho potuto prendere il mio posto fra gli studenti di medicina. Ho frequentato invece l’Istituto per la Formazione degli Insegnanti, in quanto il governo offriva borse di studio a coloro che desideravano intraprendere quella strada. Sono diventato insegnante e non me ne sono mai pentito. Era anzi meraviglioso, perché pensavo agli insegnanti che avevo avuto e a quello che avevano rappresentato per me. Ai bambini che in tanti ambienti e momenti della vita erano considerati dei buoni a nulla, ho cercato di dare la possibilità di eccellere negli ambiti che più interessavano loro. È stata davvero una lezione di umiltà. Come insegnante, sono tornato nella stessa università in cui avevo studiato, in condizioni che molti potrebbero trovare sconvolgenti. Insegnavo inglese in classi che contavano mediamente 80 allievi. Provi a immaginare un corso di lingue in cui, per forza di cose, è necessario che gli allievi eseguano molti esercizi. Si trattava di correggere 80 compiti per volta. Senza contare che nessuno di noi aveva la responsabilità di una sola classe. Io insegnavo in quattro classi, due delle quali avevano circa 80 allievi ciascuna, mentre le altre due ne contavano una quarantina. Nessuno, però, si lamentava della difficoltà a gestire le classi. Gli indigeni rappresentavano un elemento di turbativa sociale: tanto meno si fosse fatto per loro, tanto meglio sarebbe stato: era questa la posizione del governo. Il nostro sistema educativo era un vero schifo. Solo l’assoluta determinazione della popolazione poteva fare la differenza.

Quando ho cominciato ad insegnare, ho cercato di fare per i ragazzi ciò che i miei insegnanti avevano fatto per me: alimentare il loro amore per se stessi e per quello che stavano facendo; aiutarli a essere consapevoli che, quale che fosse il modo in cui li avrebbero definiti, non corrispondeva al loro modo di essere. Quando diventerai ciò che il tuo potenziale dice che puoi diventare, dimostrerai che hanno torto. Per quattro anni ho insegnato inglese e storia e dava soddisfazione vedere che gli allievi cominciavano a comprendere come tutto fosse concatenato.

Più tardi, però, il governo decise che i ragazzi neri dovessero ricevere una cosa chiamata “istruzione Bantu”, un sistema educativo specificamente progettato per i neri. Non si sono neppure preoccupati di nascondere che l’obiettivo era quello di perpetuare il loro stato di servitù. Il Dr. Verwoerd diceva: “Perché insegnare la matematica ai neri? Che cosa se ne fanno della matematica? Bisogna insegnare loro un po’ di inglese e di afrikaans – l’altra lingua utilizzata dai bianchi – in modo che siano in grado di capire gli ordini che gli vengono impartiti dai datori di lavoro bianchi”. Diceva proprio così. Non provava alcuna vergogna a definire l’obiettivo di quel modello educativo. È allora che ho detto: “No, mi dispiace. Non posso. Non posso prendere parte a una simile pagliacciata”. Ma non avevo molte alternative».

Nel maggio del ’76 lei ha scritto al Primo ministro per avvertirlo dell’aumento del malcontento dei giovani neri sudafricani nei confronti dell’“educazione Bantu” imposta dal governo. Alla luce delle sommosse che si sarebbero avute il 16 giugno 1976, qual era il senso di quella lettera?

«Ho scritto al Primo ministro per dirgli che ero spaventato. Ed ero spaventato perché l’atmosfera, nelle township, era terribile. Temevo che se non si fosse fatto qualcosa per far sì che i nostri concittadini avessero l’impressione che ci si preoccupava di loro, ci sarebbe stata un’esplosione.

Ho spedito la lettera e probabilmente, facendola avere a un giornalista prima di ottenere risposta, ho fatto un errore tecnico. Questo perché il giornalista lavorava per un periodico domenicale che diede alla cosa un grandissimo risalto. Credo di aver dato al Primo ministro una buona ragione per sentirsi infastidito: lo avevo messo alle strette. Ma questo ha poca importanza. Con ogni probabilità, la mia lettera fu liquidata sdegnosamente. Avevo scritto al Capo del governo nel maggio 1976. Dicevo: “Sono davvero terrorizzato e temo che, se non si farà qualcosa, l’esplosione sarà inevitabile”. Be’, non fecero nulla e un mese dopo ci fu Soweto.

Per qualche strana ragione, il governo sudafricano aveva ignorato la mia lettera. Non è che io abbia avuto una premonizione: sentivo realmente qualcosa nell’aria. Quando però è arrivato il 16 giugno, la maggior parte di noi fu colta di sorpresa. Non ci aspettavamo dai nostri giovani una tale prova di coraggio. Vede, avevano sperato che l’Educazione Bantu ne facesse delle creature docili, pronte a inginocchiarsi di fronte ai bianchi, incapaci di dire “bu” a un’oca… È accaduto qualcosa di davvero incredibile quando questi scolaretti sono venuti allo scoperto dicendo che rifiutavano di seguire le lezioni in lingua afrikaans, una sorta di simbolo di tutte le forme di oppressione che subivano. L’afrikaans era la lingua dell’oppressore. Protestare contro l’afrikaans, pertanto, significava protestare contro l’intero sistema di ingiustizia e di oppressione che aveva permesso che la dignità della popolazione nera venisse gettata nella polvere e calpestata senza pietà. Capimmo subito che, da allora, il Sudafrica non sarebbe più stato lo stesso. Questi giovani erano incredibili. Davvero incredibili.

Che cosa avevano di speciale da farle dire che erano “incredibili”?

Ricordo che in una o due occasioni, dissi ad alcuni di loro: “Siete consapevoli che, se continuate a muovervi in questa direzione, vi aizzeranno contro i cani, vi faranno violenza, vi imprigioneranno senza processo, vi tortureranno nelle loro prigioni e forse arriveranno a uccidervi?”. E, con qualcosa di simile alla spavalderia, quasi tutti risposero: “E allora? Poco importa cosa mi capiterà, se può contribuire alla nostra lotta per la libertà”. Penso che il 1994, con la designazione di Nelson Mandela a primo presidente democraticamente eletto, abbia dimostrato che avevano ragione. Quell’elezione è stata la vittoria di quegli straordinari ragazzi del ’77.

 

Traduzione a cura di Irene Amodei

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