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CHIAMANDA NGOZI ADICHIE
Chimamanda Ngozi Adichie è nata in Nigeria. È autrice di due romanzi, L’Ibisco viola, che ha vinto il Commonwealth Writers’ Prize e lo Huston/Wright Legacy Award e Metà di un sole giallo, che è stato finalista al National Book Critics Circle Award nel 2006 e ha vinto l’Orange Prize 2007. I suoi racconti sono apparsi su «Granta» e sul «New Yorker». Nel 2005-2006 le è stata assegnata la Hodder Fellowship alla Princeton University. Si è laureata in Studi africani alla Yale University.
“Chinasa” di Chimamanda Ngozi Adichie
Penso che accadde in gennaio. Mi sembra fosse gennaio perché la terra era riarsa e il vento secco dell’Harmattan aveva ricoperto la mia pelle, la casa e gli alberi di polvere gialla. Ma non sono sicura. So per certo che era il 1968, ma sarebbe potuto essere dicembre o febbraio; durante la guerra non ero mai sicura delle date. Sono però assolutamente certa che sia accaduto di mattino – il sole era ancora tiepido, di quello che dicono faccia bene alla pelle perché stimola la vitamina D. Quando ho sentito le esplosioni – Bum! Bum! – ero seduta nella veranda della casa che divid evo con due famiglie, intenta a rileggere per l’ennesima volta la mia logora copia del libro di Camara Laye, Il ragazzo nero. Il padrone di casa aveva conosciuto mio padre prima della guerra e, quando arrivai subito dopo la caduta della mia città, con la valigia sfondata in mano e senz’altro posto dove andare, mi aveva proposto una camera gratuitamente, perché, aveva detto, mio padre era stato molto buono con lui. Le altre donne della casa sparlavano di me, dicendo che la notte m’infilavo nella stanza del proprietario ed era per questo che non pagavo l’affitto. Ero fuori, quel giorno, con una di queste pettegole. Lei era seduta sui gradini di pietra consumati e allattava il suo bambino. La osservai per un po’, il suo senso flaccido sembrava un’arancia spremuta di tutto il succo e mi domandai se il bambino riuscisse a ricavarne qualcosa.
Come che sia, in quel mattino di Harmattan, il boato divenne sempre più forte. Le donne uscivano di corsa dalle case con i bambini. Avrei voluto fare lo stesso, ma le mie gambe non si muovevano. Non era la prima volta che udivo quel tipo di boato, naturalmente. Erano due anni che eravamo in guerra, i mie genitori erano già morti in un campo profughi a Uke, mia zia era morta a Okija, i miei nonni e i miei cugini a Abagana durante il bombardamento del mercato di Nkwo, che aveva fatto saltare il tetto della casa di mio padre e a cui anch’io ero scampata per un soffio. Dunque, quel mattino, quel mattino di Harmattan e polvere, conoscevo già quel boato.
Bum! Sentii la terra tremare leggermente sotto i miei piedi. Ma continuai a restare immobile. Il boato era ora così forte che sentivo la testa scoppiarmi ed era come se qualcuno mi stesse versando una crema bollente nelle orecchie. Quindi vidi degli enormi crateri squarciare il suolo accanto a me. Vidi del fumo e una pioggia di frammenti di legno e vetro e metallo. Vidi la polvere sollevarsi. Non ricordo molto altro. Una parte di me era così stanca che, per qualche minuto, desiderai che le bombe mi portassero infine la pace. Non sono in grado di dire cosa feci in seguito – se mi sedetti a terra, rientrai a testa bassa dentro casa o mi gettai a terra. Ma quando i bombardamenti finalmente cessarono, andai in strada, raggiunsi la folla che si assiepava intorno ai feriti e mi ritrovai china su un corpo disteso a terra. Una ragazza, più o meno di quindici anni. Le sue braccia non erano che un ammasso di carne sanguinolenta. Non era il momento per fare dell’umorismo, ma a vederla così, con le braccia mutilate, sembrava un bruco. Perché portai questa ragazza nella mia camera? Non lo so. C’erano già stati numerosi bombardamenti prima di quello – eravamo a Umuahia, ed avevamo subito la maggior parte degli attacchi, trattandosi della capitale. E anche se avevo aiutato a curare qualche ferito, non ne avevo mai portati in camera mia. Si chiamava Chinasa.
Mi presi cura di Chinasa per settimane. Il proprietario le aveva costruito delle stampelle con del legno di recupero e persino le pettegole le offrirono dei piccoli doni, dell’ukpaka o dell’igname fritto. Era magra, piccola per la sua età, come la maggior parte dei bambini durante la guerra, ma aveva un modo di guardarti dritto negli occhi, diretto ma mai impertinente, che la faceva sembrare molto più grande di quanto non fosse. Fingeva di non aver male quando le pulivo le ferite con del gin fatto in casa, ma vedevo le lacrime riempirle gli occhi ed io stessa dovevo sforzarmi di respingere le mie, di lacrime, alla vista di questa ragazza che la guerra aveva reso una donna matura costringendola a crescere troppo in fretta. Mi ringraziava spesso, troppo spesso. Diceva di non vedere l’ora di rimettersi per potermi aiutare in cucina e nelle pulizie. La sera, dopo averle dato la zuppa, mi sedevo vicino a lei e le leggevo qualcosa. Le sue braccia restavano immobili sotto le bende, ma il viso si animava in un mare di espressioni quando, alla luce vacillante e nuda della lampada a cherosene, rideva, sorrideva e sghignazzava alle mie parole. Avevo perso molte delle mie cose, correndo da una città all’altra, ma conservavo sempre qualcuno dei miei libri e leggere a Chinasa questi libri mi dava una nuova gioia, come se li riscoprissi attraverso i suoi occhi. Iniziò a farmi delle domande, a criticare il comportamento dei protagonisti delle storie. Mi interrogava sulla guerra, su di me.
Io le parlavo dei miei genitori che avevano deciso che io dovessi ricevere un’educazione e che mi avevano mandato alla Scuola di Formazione per Insegnanti. Le raccontai quanto avessi amato il mio lavoro da insegnante a Enugu, prima della guerra, e come fossi stata triste quando la scuola era stata chiusa per diventare un campo profughi. Lei mi fissava con intensità mentre le parlavo. Una sera, mentre cercava di insegnarmi a giocare a nchokolo e mi spiegava come muovere le pietre tra i riquadri tracciati per terra, mi chiese se volevo insegnarle a leggere. Rimasi senza parole. Non avevo mai realizzato che potesse non saper leggere. Ripensandoci, non avrei dovuto essere così presuntuosa. La sua storia era piuttosto classica: i suoi genitori erano contadini nella regione di Agulu e si erano fatti in quattro per mandare i suoi due fratelli alla scuola della missione, ma avevano tenuto lei a casa. Forse erano state la sua intelligenza, la sua presenza di spirito e la saggezza con cui guardava il mondo a farmi dimenticare la realtà da cui proveniva.
Iniziammo le lezioni la sera stessa. Conosceva l’alfabeto perché aveva studiato uno dei libri di suo fratello e non fui sorpresa dalla velocità con cui imparava e dalla tenacità con cui lavorava. Qualche mese dopo, quando circolava la voce che i nostri generali si sarebbe presto arresi, Chinasa mi lesse un passaggio del suo libro preferito, Il ragazzo nero.
Il giorno in cui la guerra finì, Chinasa ed io scendemmo in strada insieme con le pettegole ed altri vicini. Urlammo, cantammo, ridemmo e ballammo. Alcune donne piansero. Erano lacrime di sfinimento, d’incertezza e di sollievo. Come le mie. Ma io piansi anche perché avrei voluto portare Chinasa con me a casa, o in ciò che restava di essa, a Enugu; volevo che diventasse la figlia che non avevo avuto, volevo dividere con lei la mia vita, ormai priva di ogni altro essere caro. Ma lei mi strinse tra le braccia e rifiutò. Voleva mettersi alla ricerca dei membri della sua famiglia che potevano essere sopravvissuti. Le lasciai il mio indirizzo a Enugu e il nome della scuola dove speravo avrei ripreso ad insegnare. Le diedi un po’ del poco denaro che avevo. «Verrò a trovarti presto», mi disse. Mi guardò con una gratitudine commossa, la strinsi a me ed ebbi come un triste presentimento. Avrebbe trovato i suoi parenti e la vita avrebbe avuto la meglio su quella bella promessa. Sapevo che non sarebbe tornata più.
Oggi siamo nel 2008 e ieri mattina, una mattina non molto diversa da quella di quarant’anni fa, ho aperto il «Guardian» nel soggiorno della mia casa a Enugu. Ero appena rientrata dalla mia passeggiata mattutina – i miei amici sostengono che queste passeggiate quotidiane sono il motivo per cui non ho l’aria di una donna di settant’anni – piena di quell’energico ottimismo che ti pervade quando cammini e il cuore inizia a battere più forte. Di recente avevo seguito le notizie che riguardavano la nomina da parte del governo di nuovi ministri, ma un po’ distrattamente. Dopo aver visto il paese passare con regolarità da un leader inetto all’altro, non trovavo i cambi al vertice particolarmente appassionanti. Aprii il giornale e lessi che era stato eletto un nuovo Ministro dell’Educazione, una donna, che aveva appena rilasciato la sua prima intervista. Ero contenta: avevamo bisogno di più donne al governo e i Nigeriani avevano potuto constatare quanto avesse lavorato bene il precedente Ministro delle Finanze. Poi il viso del nuovo ministro, nella foto in bianco e nero che occupava quasi la metà della pagina, mi parve d’improvviso familiare. Lo esaminai con attenzione e prima ancora di leggere il nome, seppi che si trattava di Chinasa. Le guance si erano un po’ riempite, è ovvio, e i tratti avevano perso l’indeterminatezza tipica della giovinezza, ma nel complesso non era affatto cambiata.
Lessi velocemente l’intervista, con le mani che tremavano. Era stata mandata all’estero subito dopo la guerra, grazie ad una delle numerose agenzie internazionali che venivano in aiuto dei giovani particolarmente colpiti dalla guerra. Aveva seguito brillantemente molti corsi. Si era sposata e aveva tre figli. Era diventata professore di letteratura. Le mani iniziarono a tremare furiosamente quando lessi com’era iniziato il suo amore per i libri: «Una fata durante la guerra è stata la mia madrina» fu tutto ciò che disse. Contemplai a lungo il suo viso, cercando di immaginare la vita che aveva avuto, accarezzando l’idea di ricontattarla, realizzando che mai in tutta la mia vita mi ero sentita così fiera, prima di chiudere il giornale e metterlo via. Traduzione a cura di Irene Amodei
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