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MICHAEL MORPURGO
Nato nel 1943 a Hertfordshire, nel Regno Unito, negli ultimi anni della guerra Michael sfollò nel Cumberland, da dove in seguito si sarebbe spostato per l’Essex. Dopo gli studi universitari e un successivo, breve passaggio nell’esercito, ha fatto l’insegnante per una decina d’anni, prima di consacrarsi all’organizzazione Farms for the City Children (Fattorie per i bambini di città), aiutato dalla moglie Clare. L’obiettivo dell’associazione, che oggi gestisce tre fattorie, è offrire ai ragazzi che provengono dai centri cittadini l’esperienza della vita di campagna. Nel 1999, marito e moglie sono stati insigniti del titolo di Membri dell’Impero Britannico (MBE), quale riconoscimento per il servizio offerto ai giovani. Oggi Michael vive in una fattoria nel Devon e descrive se stesso come «un marito un po’ invecchiato, padre di tre figli e sei volte nonno». Michael Morpurgo è uno dei più grandi narratori viventi di storie per bambini e ha scritto più di 100 libri. Fra questi Il naufragio dello Zanzibar, Il Regno di Kensuke e La guerra del soldato Pace, ognuno dei quali ha vinto importanti premi letterari, come lo Smarties Book Prize, il Whitbread Award, il Writer’s Guild Award e il Children’s Book Award. Fra il 2003 e il 2005, Michael è stato il Laureato dei bambini, un titolo di riconoscimento per una vita consacrata alla letteratura per l’infanzia e alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica verso l’importanza dei libri per bambini. Nel 2006 è stato nominato Ufficiale dell’Impero Britannico, in omaggio al servizio reso alla letteratura.
Io credo negli unicorni di Michael Morpurgo (versione ridotta)
Mi chiamo Tomas Porec. La prima volta che ho incontrato la Dama dell’Unicorno avevo sette anni. Allora credevo agli unicorni. Ora ho quasi vent’anni e grazie a lei ci credo ancora. La mia cittadina, nascosta in fondo a una vallata, era un posto ordinario. Abbastanza carino ma, ora lo so, molto ordinario. Quando avevo sette anni, però, mi sembrava un luogo pieno di magia e di meraviglie. Era casa mia. Conoscevo i ciotoli di ogni vicolo, i lampioni di ogni strada. Ero solito pescare nel ruscello vicino alla chiesa, d’inverno scivolavo lungo i pendii innevati con lo slittino e d’estate nuotavo nel lago. La domenica, mia madre e mio padre mi portavano a passeggiare e a fare dei picnic, e io spesso, dopo essermi sdraiato sull’erba, mi lasciavo rotolare giù dalle colline, e finivo di schiena, stordito dalla gioia mentre il mondo intorno a me girava come una trottola. Non ho mai amato la scuola, però. Non era colpa della scuola, né degli insegnanti. È che avevo sempre voglia di stare all’aperto. Non avevo che un desiderio: uscire e correre liberamente sulle colline. Appena la scuola era finita, ritornavo a casa per mangiare un po’ di pane e miele – mio padre allevava le api sulla collina – e poi subito fuori a giocare. Ma un pomeriggio mia madre ebbe un’altra idea. Doveva andare a fare alcune compere in città, disse, e voleva che la accompagnassi. «Odio andare per negozi», le risposi. «Lo so, caro», disse lei. «Ecco perché ti accompagnerò in biblioteca. Vedrai, sarà qualcosa di interessante e di diverso. Per circa un’ora potrai ascoltare delle storie. Ti farà bene. C’è una nuova bibliotecaria che dopo la scuola racconta storie a tutti i bambini che ne hanno voglia. Dicono che è una persona fantastica». «Ma io non ho voglia di ascoltare una storia», protestai. Mia mamma fece finta di non sentire le mie rimostraze, mi prese fermamente per mano e mi condusse nella piazza principale. Mi guidò in cima ai gradini della biblioteca, mi disse «Fai il bravo» e se ne andò. In un angolo, vidi un gruppo di bambini. Sembravano eccitatissimi. Qualcuno di loro frequentava la mia scuola, ma avevano tutti l’aria di essere molto più piccoli di me. Alcuni erano veramente dei lattanti! Non volevo avere niente a che fare con loro.
Vicino all’unicorno, altrettanto immobile e composta, c’era una signora dal volto sorridente, con un coloratissimo scialle a fiori sulle spalle. I suoi occhi incrociarono i miei, e con un sorriso mi invitò ad unirmi al gruppo. Pochi istanti dopo mi ritrovai seduto con gli altri sul pavimento, in attesa che il racconto cominciasse. Quando la donna si sedette lentamente sull’unicorno, le mani intrecciate in grembo, sentii l’attesa crescere intorno a me. «La storia dell’unicorno!», gridò una ragazzina. «Raccontaci la storia dell’unicorno. Per favore!». La donna parlava a voce così bassa che dovetti sporgermi in avanti per sentirla. Ma la volevo ascoltare, tutti lo volevano, perché ogni sua parola era densa di significato e di emozione e suonava come la verità. La storia parlava degli ultimi due unicorni magici rimasti sulla terra e di come fossero arrivati troppo tardi per salire con tutti gli altri animali sull’Arca di Noè. Abbandonati a terra sulla cima di una montagna, sotto la pioggia battente, guardarono l’Arca che si allontanava sulle onde. Intorno a loro, il livello dell’acqua iniziò a crescere, sommergendo prima gli zoccoli, poi le zampe e la schiena. Alla fine non ebbero altra alternativa che mettersi a nuotare. Nuotarono per ore, giorni, settimane, anni. Nuotarono tanto a lungo, coprendo distanze tanto grandi, che alla fine si trasformarono in balene. In questo modo potevano nuotare facilmente e sdraiarsi sul fondo del mare per riposare. Ma non persero mai i loro poteri magici, e conservarono anche i loro corni. Ecco perché ancora oggi esistono balene che hanno il corno dell’unicorno. Si chiamano narvali. E certe volte, quando ne hanno avuto abbastanza del mare e vogliono rivedere i bambini, raggiungono a nuoto le spiagge e ritrovano le loro zampe, diventando nuovamente unicorni, unicorni magici». Quando la donna terminò il suo racconto, nessuno parlò. Era come se ci stessimo svegliando da un sogno che non volevamo lasciare. Ci furono altre storie e anche poesie. Alcune le leggeva sui libri; altre le inventava o le sapeva a memoria. Poi qualcuno alzò la mano. Era un ragazzino della mia scuola, Milos, con i capelli unti di gel. «Signora, posso raccontare una storia?», chiese. Così, seduto sull’unicorno, ci raccontò una storia. Dopo di lui, uno dopo l’altro, tutti attesero il proprio turno e salirono sull’unicorno. Avrei voluto montarci sopra anch’io, ma non osai. Avevo paura di rendermi ridicolo, credo. L’ora volò. «Come è andata?», domandò mia madre mentre tornavamo a casa. «Bene, direi», le rsposi. Ma il giorno dopo, a scuola, raccontai a tutti i miei amici come era andata davvero. Parlai loro della Dama dell’unicorno – tutti la chiamavano così – delle sue magnifiche storie e del fantastico potere dell’unicorno che raccontava storie. Quel pomeriggio vennero tutti con me in biblioteca. Con il passare dei giorni e con il diffondersi della notizia, il gruppetto che si riuniva nell’angolo diventò una folla. Ci precipitavamo in biblioteca per arrivare per primi e trovare un posto vicino all’unicorno, accanto alla Dama dell’unicorno. Ogni storia che raccontava ci incantava. Non ci diceva mai di stare zitti. Non ne aveva bisogno. Ogni volta, immancabilmente, morivo dalla voglia di sedere sull’unicorno e di raccontare una storia, ma non trovavo mai il coraggio di farlo. Un giorno, la Dama dell’unicorno tirò fuori dalla sua borsa un libro piuttosto vecchio e malconcio, con i bordi tutti carbonizzati. Era, ci disse, la sua copia personale della Piccola fiammiferaia di Hans Christian Andersen. Quel pomeriggio ero seduto molto vicino ai piedi della Dama dell’unicorno e osservai il libro. «Perché è bruciato?», le chiesi. «Questo è il libro più prezioso che ho», disse lei. «Vi racconto perché. Quando ero molto piccola vivevo in un altro paese. Nella mia città c’erano delle persone cattive che avevano paura della magia delle storie e del potere dei libri, perché le storie ci fanno pensare e sognare; i libri ci spingono a farci delle domande. E loro volevano impedirlo. Ero con mio padre e li guardavamo mentre bruciavano una gran pila di libri, quando all’improvviso mio padre si lanciò verso il fuoco ed estrasse un libro. I soldati lo presero a bastonate ma lui strinse a sé il libro e non permise che glielo prendessero. È questo libro. È il libro che mi è più caro al mondo. Tomas, vorresti venire qui a leggerlo, seduto sull’unicorno?» Non ero mai stato bravo a leggere ad alta voce. Avevo la tendenza a balbettare e le parole lunghe mi facevano paura. Ma adesso che ero seduto sull’unicorno magico, sentivo la mia voce chiara e sicura. Era come cantare una canzone. Le parole danzavano nell’aria e tutti stavano ad ascoltare. Proprio quel giorno, per la prima volta, portai a casa un libro dalla biblioteca, le Favole di Esopo, perché la Dama dell’unicorno ce le aveva lette e mi erano piaciute. Quella sera le lessi ad alta voce a mia madre. Era la prima volta che le leggevo qualcosa e notai il suo stupore. Mi piaceva stupire mia madre. Poi, una mattina d’estate, di buon’ora, la guerra arrivò nella nostra vallata e sconvolse le nostre vite. Prima di allora, conoscevo pochissimo della guerra. Avevo saputo che c’erano uomini che erano andati a combattere, ma non sapevo per cosa. Avevo visto in televisione dei carri armati che sparavano contro delle case e dei soldati armati che correvano fra gli alberi, ma mia madre aveva sempre detto che si trattava di una cosa che accadeva lontano da noi e che non c’era da preoccuparsi. Lo ricordo bene quel momento. Ero fuori. Mia madre mi aveva mandato ad aprire il pollaio e dare da mangiare alle galline, quando alzai gli occhi e vidi un aereo che sorvolava a bassa quota i tetti della città. Lo vidi girare e tornare di nuovo nella mia direzione. Fu allora che le bombe cominciarono a cadere: prima lontane; poi sempre più vicine. Intanto ci eravamo tutti messi a correre, a correre verso il bosco. Ero troppo terrorizzato per piangere. Mio padre piangeva. Prima di allora, non lo avevo mai visto piangere: erano lacrime di rabbia e di paura.
Raggiunta la piazza vidi del fumo che spuntava dal tetto della biblioteca, e delle fiamme che divampavano dalle finestre dei piani più alti. Tutti vedemmo la Dama dell’unicorno nel medesimo istante. Stava uscendo dalla biblioteca portando con sé l’unicorno e barcollava sotto il suo peso. Mi precipitai in cima alla scalinata per aiutarla. Quando intervenni e la sollevai di una parte del carico mi ringraziò con un sorriso. I suoi occhi erano arrossati per il fumo. Depositammo l’unicorno ai piedi della scalinata e la Dama dell’unicorno si sedette esausta, e fu assalita da un attacco di tosse. Mia madre le offrì un bicchiere d’acqua, che dovette aiutarla perché smise di tossire e in un attimo si alzò in piedi, appoggiandosi alla mia spalla. «I libri», mormorò. «I libri». Quando si voltò e iniziò a salire le scale che portavano alla biblioteca la seguii senza pensarci. «No, Tomas», disse lei. «Rimani qui a sorvegliare l’unicorno». Quindi corse su per la scala, e apparve dopo qualche istante tenendo un’alta pila di libri tra le braccia. Fu allora che ebbe inizio il salvataggio. Improvvisamente delle persone comparvero alle mie spalle, salirono le scale ed entrarono nella biblioteca. Fra loro, c’erano anche mia madre e mio padre. In pochi istanti tutto era stato organizzato. Noi bambini formammo due cordate che, attraverso la piazza, univano la biblioteca al caffè di fronte. I libri salvati passavano di mano in mano e venivano accatastati sul pavimento del caffè. Il fuoco intanto imperversava, le fiamme crepitavano, le volute di fumo salivano dal tetto. I camion dei vigili del fuoco non arrivarono: scoprimmo più tardi che la stazione dei pompieri era stata bombardata. I libri continuavano a uscire. Il fuoco continuava ad ardere, e sempre più persone ingrossavano le fila dei soccorsi, finché il caffè non venne riempito di libri e si dovette utilizzare il negozio del droghiere accanto. Poi, d’improvviso, i libri finirono e ci chiedemmo perché. Vedemmo tutti uscire dalla biblioteca, per ultima la Dama dell’unicorno, aiutata da mio padre. Scesero lentamente le scale, col viso sporco e annerito. La Dama dell’unicorno si lasciò andare sull’unicorno e alzò gli occhi verso l’edificio in fiamme. Noi bambini eravamo tutti riuniti intorno a lei come se aspettassimo una storia. «Ce l’abbiamo fatta, bambini», disse. «Abbiamo salvato tutto quello che abbiamo potuto, non è vero? Mi sono seduta sull’unicorno perché la storia che racconterò diventi vera, per il solo fatto che noi crediamo che può diventarlo. Ricostruiremo la biblioteca esattamente com’era prima. Nel frattempo, ci occuperemo dei libri. Ogni famiglia porterà a casa tutti i libri che può e se ne prenderà cura. E quando, fra un anno o due o tre, avremo la nostra nuova biblioteca, riporteremo indietro i libri, rimetteremo l’unicorno al suo posto e ricominceremo tutti a raccontare le nostre storie. Tutto ciò che dobbiamo fare è far sì che questa storia diventi vera». E così fu, esattamente come aveva detto la Dama dell’unicorno. Come moltissime altre famiglie, portammo a casa una carriola di libri e ce ne prendemmo cura. La biblioteca fu ricostruita esattamente com’era prima del bombardamento. Ora, però, la chiamavano tutti l’Unicorno. Riportammo indietro i libri, così come la Dama dell’unicorno aveva detto nella sua storia. Il giorno in cui la biblioteca riaprì, visto che avevo aiutato a mettere in salvo l’unicorno, la Dama mi invitò a rimetterlo al suo posto. L’intera città era là ad acclamare e a battere le mani, con le bandiere al vento e la banda che suonava. Non mi ero mai sentito così orgoglioso. Fu il giorno più felice della mia vita. Ora, dopo tutti questi anni, la nostra valle è in pace. La Dama dell’unicorno è ancora la bibliotecaria della città e legge ancora le sue storie ai bambini dopo la scuola. Quanto a me, sono uno scrittore, un tessitore di racconti. E se di tanto in tanto perdo il filo della mia storia, mi basta andare a sedermi sull’unicorno magico, e la storia riprende il suo corso. Per questo, credetemi, credo negli unicorni. Ci credo fermamente.
Traduzione a cura di Irene Amodei
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