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ISHMAEL BEAH

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Ishmael Beah è nato in Sierra Leone. Il suo libro Memorie di un soldato bambino è stato a lungo nella classifica dei bestseller del New York Times. Suoi articoli sono apparsi sul «New York Times Magazine», su «Vespertine Press», «LIT» e «Parabola».

È portavoce dell’Unicef per i bambini vittime della guerra e membro dell’Human Rights Watch Children’s Division Advisory Committee. Si è laureato in Scienze Politiche all’Oberlin College, in Ohio.

 

 

 

 

Volare con un’ala sola

Era la prima volta che vedeva suo padre piangere. Il corpo tremante, mentre camminava su un pezzo di terra infestato dalle erbacce. Un’alta colonna di cemento si ergeva ancora al margine del terreno, ricoperta di cenere, pioggia e polvere e segnata dalle cicatrici che il metallo affilato aveva lasciato, cupa memoria di un’epoca oscura.

Si voltò verso la figlia e le rivolse un lieve sorriso. Scostando l’erba con il piede, scoprì quel che restava delle fondamenta di un edificio in rovina.

«È qui che mi sedevo, questa era la mia classe». Toccò il suolo con le dita. «Era la mia scuola. Riesco ancora a sentire le nostre voci che recitano l’alfabeto, i saluti al maestro, ‘Buongiorno Signor Kanagbole’, le corse in cortile durante la ricreazione, le grida che accompagnavano la formazione delle squadre per le quotidiane partite di calcio». Si sedette a terra e la figlia prese posto al suo fianco. Stava accompagnando il padre a casa, dove - insisteva sempre lui - il suo cuore non aveva mai cessato di battere.

bimb_giallo_the_big_readSedevano tranquillamente, ascoltando il fruscio del vento tra le foglie di un mango lì vicino. Suo padre non aveva mai parlato troppo della sua casa. Ma oggi aveva preso a raccontare con una voce che proveniva dal passato.

«Il mio cuore non ha grande familiarità con la gioia che accompagna le feste di compleanno, ma conosce a fondo la felicità di andare a scuola e imparare a leggere. La scoperta del linguaggio mi ha incuriosito sin dalla più tenera età. La capacità di leggere e apprendere cose nuove mi ha spalancato mille strade e ha reso magico tutto ciò che mi circondava e tutto ciò che facevo. Quando iniziai ad andare a scuola, scoprii che le piante che crescevano sul bordo della strada non erano solo delle medicine, ma erano in grado di assorbire la luce del sole e l’acqua. Quei momenti di apprendimento sono stati tra i più felici della mia infanzia e ad ogni nuova scoperta acquistavano vigore e senso. Questo viaggio alla scoperta del mio spirito mi ha permesso di cogliere il senso profondo della mia umanità e ha risvegliato in me il desiderio di vivere per gli altri e non solo per me stesso. Il seme di questa rivelazione è germogliato in me proprio qui, su questo pezzo di terra».

Chiuse gli occhi e offrì il viso ai raggi del sole, quindi proseguì.

«La più grande festa in casa coincideva con la fine della scuola, quando mio fratello ed io portavamo a casa la pagella. Le parole di mio padre mi risuonano ancora nelle orecchie. ‘I compleanni servono solo per ricordarvi che diventerete come i vostri genitori. Ma festeggiare la vostra educazione significa assicurare la vostra esistenza per sempre, significa evocare tutte le possibilità, significa trovare in voi stessi la forza di nuotare contro corrente». A queste parole il suo volto si irrigidiva e le vene si gonfiavano di sangue. ‘Un giorno, figlio mio, capirai’, diceva, sfiorandomi la guancia con il palmo della mano. Adesso comincio a capire».

Con gli occhi ancora chiusi, portò il viso all’ombra. Sospirò così profondamente da sollevarsi, prima di ricadere di nuovo a terra. «Mi ricordo di aver imparato a scrivere il mio nome proprio qui, dove siamo seduti. Tenevo in mano una lavagnetta e un gesso. Il maestro venne a sedersi per terra accanto a me. All’epoca non avevamo i banchi. Scrisse il mio nome in cima alla lavagna. I.B.R.A.H.I.M, ripetei dopo di lui. ‘Continua a scandire le lettere e scrivile sulla lavagna più volte che puoi’, mi disse prima di passare all’allievo seguente. Ben presto le voci nell’aula si fecero più forti, e tutti i bambini e le bambine scandivano ad alta voce le lettere del loro nome. Quel giorno attesi impaziente lo squillo della campanella, che poi era un lungo pezzo di ferro appeso ai rami del mango. Appena uno degli studenti più grandi suonò la campana che segnalava la fine delle lezioni, corsi a casa continuando ad elencare le lettere che componevano il mio nome ogni volta che i miei piedi toccavano terra. Mia madre mi aspettava a casa con un bicchiere d’acqua. Le raccontai entusiasta tutto quello che avevamo fatto a scuola. mm_product_lg

Con un pezzetto di gesso che avevo in tasca scrissi il mio nome sulla porta della camera che dividevo con mio fratello più grande. Per quanto, a posteriori, mi rendo conto che quelle lettere erano tutte sbilenche, ricordo che il viso di mia madre s’illuminò, quando mi prese il volto tra le mani e si chinò per guardarmi dritta negli occhi. I suoi occhi erano colmi di lacrime di gioia. Pochi giorni dopo scrivevo il nome di tutti i membri della famiglia sulle varie porte di casa. Mio padre mi incoraggiava comprandomi dei gessi. La casa fu ben presto ricoperta non solo di nomi, ma anche di tutte le altre frasi che imparavo a scuola. Mio padre sapeva che non mi sarei fermato e mi comprò un quaderno e una matita, chiedendomi di ricopiare tutto quello che avevo scritto sulle porte e sui muri. L’odore di quel primo quaderno nuovo è ancora impresso nella mia memoria e non dimenticherò mai mio padre che mi leggeva le frasi e i nomi scritti sui muri affinché io le ricopiassi sul mio quaderno. Seppi allora che la mia vita era cambiata per sempre. Potevo sentirlo nell’allegria che riempiva il mio cuore e quello di mio padre mentre andavamo in giro per casa a ripulire i muri».

Un uccello sbatté le ali, passando veloce sopra le loro teste. Il padre si asciugò le gocce di sudore che gli imperlavano la fronte. Lei restò immobile, solo le sue pupille umide tremarono leggermente. Aiutandosi con la mano, l’uomo sollevò il capo.

«Più tardi, quando frequentavo la prima media e sapevo leggere e scrivere, diventai il ragazzo che conosceva tutti i segreti del villaggio. Scrivevo le lettere per le persone più anziane e leggevo loro quelle che ricevevano dai figli che erano andati a vivere lontano. Appresi le inquietudini, le speranze e i sogni di tutti. Riuscivo anche a guadagnare quanto bastava per comprare i libri che leggevo quando rientravo a casa da scuola. Un giorno, mentre tornavo a casa, stavo leggendo un libro che parlava di un ragazzo che era partito per la città per trascorrervi le vacanze estive. Ero così assorto nella lettura che non feci caso alla strada. Imboccai il piccolo ponte senza sponde e caddi in acqua con il libro, che si inzuppò tanto da diventare illeggibile. Non ho mai visto mio padre ridere tanto come quel giorno, quando arrivai a casa con l’uniforme tutta grondante. Tra le risate, mi consigliò di leggere stando seduto invece che camminando.

A casa non avevamo l’elettricità e di notte leggevo vicino ad una lampada o accanto al fuoco, specialmente quando l’aria della sera incominciava a rinfrescare. A volte, quando le fiamme lambivano i bordi delle pagine, avevo l’impressione che la lampada o il camino fossero invidiosi delle mie letture. Secondo mio padre, il fuoco stava mettendomi alla prova. Voleva sapere se avevo imparato qualcosa da tutte queste letture».

Riaprì gli occhi e guardò la figlia. Lei strinse le mani, invitandolo a proseguire quando fosse stato pronto. Lui sorrise leggermente prima di riprendere il racconto.

«Le cose cambiarono quando i suoni della natura furono sostituiti da quelli delle armi, dei lamenti, del caos. Per questo adesso siamo seduti sulle rovine di quella che un tempo è stata la mia scuola. In quell’epoca di follia, dimenticai di sognare un futuro, perché non c’erano più scuole dove andare. Ma il ricordo di quei primi anni di scuola mi ha sempre accompagnato e non mi abbandonerà mai. È un periodo che ricordo con tenerezza, prima che tutto cambiasse. È un periodo che è ritornato, quando i fucili hanno smesso di emettere i loro terrificanti suoni di distruzione.

bimbi_the_big_readUlaimatu abbracciò suo padre che adesso restava in silenzio, forse pensando a cosa aggiungere o forse sfinito dai ricordi. Mai prima di allora il padre aveva parlato tanto a lungo del suo passato ed ella comprese in quel momento perché lui non le aveva mai fatto un regalo il giorno del suo compleanno, ma solo quando otteneva dei buoni risultati a scuola. Rimasero seduti in silenzio ancora per qualche minuto, finché l’aria risuonò della campanella che segnalava l’intervallo di pranzo. Un’orda di bambini, maschi e femmine in uniforme, uscì da un edificio vicino, schiamazzando come uno stormo di uccellini e si sparse nel cortile della scuola per sedersi e mangiare. Contemporaneamente altri bambini e altre bambine della stessa età arrivarono correndo dalla scuola portando dei carrelli di cibo e delle bottiglie d’acqua da vendere. Il corpo del padre di Ulaimatu riprese a tremare.

«Il futuro non brilla che a metà, o, come direbbe mio padre, questo paese è un uccello che vola con un’ala sola. Non potrà mai alzarsi troppo in alto», disse, guardando verso la scuola.

 

Traduzione a cura di Irene Amodei

 

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